Kerouac e l’incontro con l’Altro: l’approfondimento di Prisca

Si viaggia solo al di là di sé stessi

Jack Kerouac, autore della Beat Generation, celebre in tutto il mondo per il romanzo On the road, è stato un amante della libertà che ha girovagato con lo zaino in spalla dalla costa Est a quella Ovest degli Stati Uniti d’America, da Nord a Sud fino a spingersi nel magico e misterioso Messico, in Europa e in Nord Africa, raccontando le sue avventure in libri che in seguito hanno spinto generazioni di giovani a mettersi in cammino alla ricerca di sé e del rapporto con gli altri.

Più che cronache di spostamenti fisici incessanti o sterili elenchi di luoghi visitati, i suoi libri, narrati con passione e pieni di meraviglia, sono storie di dialoghi di una persona che si è sempre lasciata incontrare dall’Altro.

Nonostante il bisogno, a volte, di solitudine, nelle opere dello scrittore americano traspaiono una costante spinta verso gli altri esseri umani e un’apertura al contatto con il diverso che permettono al lettore di riflettere sulla vulnerabilità dell’uomo, l’insensatezza dei pregiudizi, l’importanza della pace, la bellezza dell’amore.

Curioso e affascinato da chiunque, come l’amico Neal Cassidy, personaggio di Dean in Sulla Strada, che in molti passi è “non ubriaco di liquori, ma di quello che più gli piaceva: frotte di persone che si accalcavano intorno”, Kerouac si avvicina agli altri con il rispetto, l’ingenuità e lo stupore che lo caratterizzano.

In un passo di Sulla Strada in cui vengono raccontate le prime avventure in Messico, terra fino a quel momento conosciuta solo attraverso quello che lo scrittore aveva sentito dire nella sua America e di cui poi si innamorerà, facendovi spesso ritorno, Kerouac si trova stupito da ciò che vede:

“Pensa a quelle stronzate che si leggono sul Messico e sul gringo addormentato eccetera… stronzate sui messicani sporchi e schifosi e via dicendo… e invece ecco qua, gente onesta e gentile”.

Quando c’è un vero incontro con l’Altro si abbattono i pregiudizi, mentre i luoghi comuni in cui è bloccato chi è incapace di viaggiare al di là del proprio Io, vengono smascherati dai viaggiatori dalla mente aperta e ricettiva.

L’incontro con il diverso e l’Altro da sé, inoltre, è ciò che rende davvero umano l’essere umano e che permette all’Io di arrivare a conoscere sé stesso:

Era come attraversare il mondo ed entrare nei luoghi in cui avremmo finalmente imparato a conoscere noi stessi tra i Fellahin indios del mondo, la stirpe essenziale dell’umanità primitiva, fondamentale, gemente”.

Quando ci si trova di fronte all’Altro ci si sorprende, lo si trova diverso da come ci si aspettava. L’altro non è riducibile al sé, non è assimilabile, è di una bellezza di cui prima non si immaginava neanche l’esistenza.

Nel contesto della globalizzazione spesso ci figuriamo, attraverso luoghi comuni e stereotipi, i popoli non ancora omologati secondo le mode dell’Occidente, senza considerare che la realtà è molto più varia di quanto si possa supporre e che è proprio la sua varietà a rendere meraviglioso il mondo.

“Questi personaggi erano inequivocabilmente indios e non assomigliavano affatto ai Pedro e ai Pancho dello stupido addomesticato folclore americano: avevano zigomi alti, occhi a mandorla e maniere dolci; non erano idioti, non erano clown; erano superbi, severi indios, ed erano la sorgente e i padri del genere umano. Le onde sono cinesi ma la terra è una cosa india. Questa gente è essenziale nel deserto della “storia” come le pietre nel deserto della natura.”.

Con una meraviglia quasi puerile il personaggio di Dean prosegue parlando con Sal (Kerouac) di alcuni giovani messicani con cui avevano fatto amicizia nonostante la difficoltà della lingua:

“Questi ragazzi sono davvero magnifici. Non ho mai visto niente del genere. E parlano, si interrogano su di noi, vedi? Proprio come noi ma con una differenza, probabilmente il loro interesse si concentra su come siamo vestiti… come il nostro, in realtà… ma anche sulla stranezza delle cose che abbiamo in macchina e sul nostro strano modo di ridere, così diverso dal loro, e forse anche sull’odore che emaniamo”.

Con curiosità e discrezione i due amici americani e i ragazzi messicani si osservano a vicenda, vogliono comunicare e sono capaci di oltrepassare le barriere linguistiche nella “stranezza di americani e messicani che si facevano insieme nel deserto, e poi la stranezza ancora più strana di vedere a distanza ravvicinata le facce e i pori della pelle e i calli delle dita e gli zigomi sconcertanti di un altro mondo”.

Queste pagine ambientate in Messico inducono il lettore a riflettere… Si è diversi, ma la diversità non è qualcosa che allontana, anzi è la spinta che sollecita le persone a cercare punti di contatto; infatti, nonostante possa variare il colore della pelle o la forma degli occhi, siamo tutti parte di una grande famiglia umana.

E, se in un romanzo leggiamo di un gruppo di giovani americani e messicani che insieme fumano nel deserto cercando di capirsi a vicenda, dovremmo guardarci intorno e, mentre sentiamo le notizie dal mondo, chiederci: per quale motivo si alzano i muri? Quale beneficio trae l’umanità dalla guerra? Perché odiare e discriminare gli altri?

La lettura di libri di autori che, come Kerouac, hanno celebrato la libertà, la non violenza, l’amicizia, l’amore, il dialogo e l’importanza di provare emozioni autentiche ci spinge a riflettere sull’insensatezza dell’odio e la follia delle guerre.

La letteratura può essere la partenza di un viaggio che ci conduca ad essere curiosi, ad apprezzare la diversità e amarla, può essere la spinta per un passo verso l’Altro che in fondo abbiamo sempre voluto fare ma non ne abbiamo mai avuto il coraggio, può essere emozione e immedesimazione in migliaia di vite che non sono le nostre ma avrebbero potuto esserlo, l’occasione per prendere consapevolezza del fatto che si viaggia solo al di là di sé stessi.

Già… la regola fondamentale del viaggio, di ogni vero viaggio è proprio questa:

si viaggia solo al di là di sé stessi

E, prima di partire, vi consiglio di pensare a questi insegnamenti di Martin Buber e di tenerli bene a mente per tutta la durata di un viaggio:

“Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi;

Prendersi come punto di partenza, ma non come meta;

Conoscersi, ma non preoccuparsi di sé”.

 

Prisca Santarelli

 

 

 

 

 

 

 

 

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